“Pronto?”
“Giulia, devi venire subito qui”
“Ma sono le tre di notte, mamma. Che è successo?”
“Vieni subito…oh mio dio…”
La voce si interrompe, brandelli di singhiozzi. Giulia si tira su sul letto.
“MAMMA! MAMMA! Che hai? Che è successo? MAMMMA!!!”
Il telefono è un silenzio tremendo. Linea caduta. Freddo alle mani. Vampa di caldo bollente alle tempie. Richiama. Nessuno risponde. Si alza, infila i leggings da runner, una maglietta con la foto di Sting stampata davanti. Non se ne è mai separata, anche se non lo ha più visto, Ronnie. Faceva il fonico, capelli lunghi e biondi, una cascata di riccioli alla Robert Plant.
E’ strano che in mezzo ad una emergenza del genere il cervello si metta a ricordare una cosa così. Eppure Giulia mentre corre con le All Stars slacciate nel corridoio di casa tirandosi dietro un giubbotto di cuoio vede Ronnie al mixer e Sting sul palco che canta Fragile allo Stadio Olimpico.
Scende le scale, esce dal garage sgommando con la sua adorata Mini. Destinazione Villa Tempestini, residenza del Ministro degli Esteri Federico Alfieri, ex ambasciatore a Londra e Mosca, rapinatore dei sogni dei figli Giulia e Francesco e carceriere della signora Dorothy Maripol, un tempo ballerina dell’American Ballet Theatre e adesso di professione moglie al seguito.
Con la mano libera dal volante continua a telefonare, mentre le strade del Prati scorrono insolitamente deserte. Ci sono auto che dormono nei controviali, un camion della differenziata fermo con le lucine gialle che piacevano tanto a Francesco da piccolo, due spazzini stanchi che se la ridono del mondo che corre e una serie di semafori che lampeggiano. Una sinfonia della notte di Roma in giallo.
Non risponde, non risponde.
Imbocca il lungotevere ad andatura folle, l’auto di un metronotte la guarda perplessa mentre si avventa sul Ponte Palatino. Un ubriaco su una panchina del Foro Boario se la vede sfrecciare davanti e pensa a Leclerc che non vince mai.
Ma che cazzo è successo? Mio Dio fa che non sia Francesco.
I riccioli di suo fratello, neri come gli occhi della notte che ora gli brucia dentro. Non erano così quando da un lettino all’altro lui le raccontava le fiabe dei mostri e degli orchi e lei si aggrappava al lenzuolo di seta che le copriva la testa. Era più piccolo di due anni, ma era più grande di due secoli. Faceva la voce strana e lei prima ancora che cominciasse a raccontare aveva i brividi fin dentro la pancia.
Svolta in via di Santa Sabina, manca poco, ecco altre due curve e alla fine la figura austera di Villa Tempestini si manifesta come un enorme castello di tre piani vestito di pareti ocra e giallo e di una serie interminabile di persiane e porte finestre verdi come le piante della siepe appoggiata al muro che la circonda. Un’esplosione di bouganville violetta e una ramificazione rossa di vite americana ne abbelliscono l’impatto. La Mini frena a due centimetri dal cancello carraio. Esce, lascia la portiera aperta che pare un occhio della macchina che si sporge curioso a vedere il perché di tanta furia.
Ci sono troppe finestre illuminate per essere notte. Il dito si incolla al campanello in ottone pregiato. Clang. Non c’è tempo per attendere, si infila nel pertugio lasciato dal cancello che si sta aprendo con un ronzio insopportabile come si lamentasse della visita inopportuna.
E’ nel giardino, corre sul ghiaino che dà sul portone, inciampa in una maledetta stringa slacciata, recupera l’equilibrio aggrappandosi alla maniglia del portone che intanto ha deciso di aprirsi per accogliere quella visita imprevista. Recupera la posizione eretta mentre il volto disperato di Agnese la fissa. Così compunta com’è di solito, quella faccia straziata con due occhi rossi di sangue disperato non lascia dubbi.
“E’ successo qualcosa a Francesco?”
Agnese non risponde. Singhiozza. Le piccole spalle della divisa nera intarsiata di bianco sembrano preda di un terremoto. Giulia dà un’occhiata alla scala che porta ai piani superiori. C’è un uomo impietrito che la guarda. E’ Giovanni, il fratello di suo padre. Lascia Agnese aggrappata al portone e si dirige verso il centro del salone.
“Zio! Cosa è successo a Francesco? E’…vivo?”
Si accorge di avere una voce strana. Sembra una cascata di cubetti di ghiaccio in una boule dove li aspetta una bottiglia di Champagne. Ma non ci sono flutes all’orizzonte. Solo una figura buona e dolce, impacciata come sempre dalla mole buongustaia, che scende le scale per arrivare di corsa ad abbracciarla proprio nel mezzo del salone. Un abbraccio che ha il suono devastato di dieci amplificatori Marshall. Giulia cerca senza successo di staccarsi da quella presa forte e protettiva, quasi grida.
“ZIO! Dov’è Francesco?”
C’è una voce calda che le parla nei capelli scompigliati dal tornado della notte.
“Giulia, amore mio…non si tratta di Francesco…”
Nella sua testa non ci sono più le chitarre dei Nirvana. C’è di nuovo Ligabue che balla sul mondo. Non è successo nulla a Francesco.
“Ma allora…”
“E’ …tuo padre, Giulia. E’caduto l’aereo.”
Ci sono crampi che passano con lo stretching. Questi no. Questi strappano la carne da dentro. Le cedono le gambe. Il soffitto diventa un cielo nero. Se non ci fossero le braccia calde e forti di zio Giova, cadrebbe nel buco che ha sotto i piedi. Ci sono solo ronzii adesso. E fischi. Proprio come quando Ronnie al mixer tirava troppo su il mic di Sting.
Buio.


